L’INUTILE SEDUTTORE – STORIA DI UN TERZO INCOMODO (1/2)
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L’INUTILE SEDUTTORE – STORIA DI UN TERZO INCOMODO (1/2)

L’INUTILE SEDUTTORE

STORIA DI UN TERZO INCOMODO (parte 1/2)


Non gli piaceva il fidanzato di sua madre, anche se in quella splendida casa alle Zattere la donna sembrava rinata. Il padre era andato via con una ragazza di vent'anni, che ovviamente s'era fatta mettere incinta. La madre non aveva retto l'abbandono, offesa più nella vanità che nel sentimento. E per sostituire il marito fuggitivo aveva scelto un miliardario, sentendosi una bambina felice con tanto di bacchetta magica: il denaro, senza limiti. Il suo nuovo compagno era anche avvocato, così s'era tolta la soddisfazione di svuotare i conti segreti dell'ex marito a favore del figlio unico.
Il quale, con un sacco a spalle, attraversava a piedi le Zattere in una di quelle mattine veneziane che giustamente attirano in laguna gente da tutto il mondo. Dal Canale della Giudecca al Canal Grande camminava a fianco di quella principessa romana conosciuta al ballo della sera prima, uno sfarzoso debutto in società della madre con il suo nuovo uomo che per l’occasione aveva ostentato il massimo del lusso e dell’opulenza.

C. salì sul motoscafo per primo, poi prese la mano della principessa per farla salire a bordo, e lei lo fulminò con uno sguardo carico di mille seduzioni. Arrivati all'aeroporto di Tessera si salutarono, essendo rimasti in silenzio per tutto il tragitto in laguna. La principessa andava a Londra, Corrado a Roma.
"Caro Corrado, è stato carino conoscerti - diceva lei - sei sicuro che non ti andrebbe un giro a Londra?".
"La ringrazio - rispose Corrado che era molto tentato di seguirla - ma a Roma domani devo essere in tipografia per vedere le prove dei colori di un libro che sto curando per un cliente importante. E' il primo lavoro serio che ho trovato, e vorrei non fosse l'ultimo."
La principessa gli fece una carezza lieve sulla guancia, fermò un poliziotto che aveva una selva di penne nel taschino, gliene chiese una con un sorriso affascinante e scrisse un numero di telefono sul polso di Corrado. "Chiamami, ci conto" gli sussurrò avviandosi verso la dogana.

Corrado continuò a pensare alla principessa e non si rese conto di dove fosse finché non sentì l’altoparlante che pregava di allacciare le cinture di sicurezza. Era sul volo da Venezia a Roma, nel posto sul corridoio. Al suo fianco un grosso uomo pieno di monili d'oro - greco o turco avrebbe detto - e vicino al finestrino una giovane donna con una cascata di capelli neri e ricci. Non le vedeva gli occhi, perché stava incollata al vetro per guardare fuori, probabilmente l'ultimo sguardo a una Venezia visitata per la prima volta.
Suo malgrado fu distolto dal pensiero della principessa: il ciccione danaroso stava proponendo alla giovane americana di fermarsi con lui a Roma, dove aveva un bellissimo attico con una splendida terrazza su piazza Navona. L'americana abilmente portava la conversazione su altri argomenti, diceva che era pianista, che aveva una figlia piccola, che aveva aperto un centro di terapia - attraverso la musica - per disabili. Niente da fare, il danaroso turco - businessman, si era definito - insisteva perché la donna si fermasse da lui e ripartisse il giorno dopo per New York, le offriva anche un biglietto di prima classe.

Corrado odiava intromettersi nelle cose altrui, ma in quei giorni a Venezia s'era sentito circondato dal denaro e dalla protervia di chi ne ha troppo. Voleva difendere quella giovane donna dagli assalti dei soldi del turco, più che dall'uomo. Gli dava fastidio non che un essere umano tentasse di sedurne un altro, ma che lo volesse apertamente comprare. Aspettò che l'aereo si fermasse sulla pista di Fiumicino e prese i bagagli dell'americana, e i regali destinati evidentemente alla figlia.
"Posso aiutarla?" chiese in inglese alla donna con un sorriso franco e accattivante.
"Grazie, volentieri" rispose lei sollevata da quell'intervento che la salvava dall'assedio del turco. Si mise a parlargli così fitto che pian piano il danaroso uomo d’affari si convinse che la preda era persa. Corrado e Carole uscirono dalla dogana insieme, ridendo. Lui si scusò di essersi intromesso, di aver fatto il 'terzo incomodo'. E dovette spiegarle l'espressione italiana in tutte le sue sfumature, ma tanto ormai Carole era rilassata e già pensava al ritorno dalla sua bambina a New York. Inoltre le restava mezza giornata libera a Roma, dove non era mai stata: che fortuna - pensava - due città così straordinarie e stupende viste in pochi giorni, sicuramente Venezia e Roma sarebbero finite sull’album dei ricordi più belli.

Corrado era distratto, quel numero di telefono scritto sul polso incombeva come…un terzo incomodo. Avrebbe voluto vicino la principessa, in quel momento, non l'americana.
"Grazie per prima - gli stava dicendo Carole - sei stato un terzo incomodo prezioso. Quel turco era un bulldozer, ma non volevo offenderlo. Mia nonna, un'ebrea russa, mi ha insegnato che un uomo che ti corteggia in fondo si mette a tua disposizione. Per cui al corteggiatore, a prescindere dal sì o no che tu dica, come donna devi sempre dire 'grazie'."
Corrado la guardava, Carole aveva un'espressione così limpida, così lontana dalla seduzione con cui era stato circuito dalla principessa. "Peccato – pensava - l'unica cosa che le ho baciato è stata la mano". Parlare con la principessa era una partita a poker, con i bluff, parlare con l'americana era giocare a carte scoperte, non ci sarebbe stata seduzione.


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Biografia dell'Autore

Alessandro FEROLDI
Assistente del Direttore Generale per Milano e Nord Italia RAI,
Corrispondente di "Inviato speciale" del Giornale Radio Rai, Radio1, sabato 8,40 - 9,30

Autore di "L'Inutile Seduttore" editore Lampi di Stampa

Commenti

  1. Samuel dice:

    …”Parlare con la principessa era una partita a poker, con i bluff, parlare con l’americana era giocare a carte scoperte, non ci sarebbe stata seduzione…” Come andrà a finire???

    Troppo curioso. Salto immediatamente all’articolo successivo :)

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