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L’INUTILE SEDUTTORE – STORIA DI UN TERZO INCOMODO (2/2)

L’INUTILE SEDUTTORE

STORIA DI UN TERZO INCOMODO (parte 2/2)

Aveva un piccolo appartamento dietro piazza Navona. Diede a Carole le chiavi di casa e una carta del centro con sottolineate le cose da vedere. Le disse che sarebbe passato a prenderla alle sette per portarla all’aeroporto.
“Tu sei diverso, grazie mille – gli disse Carole – ma questa è casa tua, puoi stare qui, non mi disturbi.”
“Scusami ma devo correre in tipografia, ci vediamo dopo…a stasera” rispose Corrado andandosene in fretta.
Passò il pomeriggio a discutere le selezioni del colore, voleva una quadricromia perfetta, teneva troppo a quel primo libro che curava da solo, in tutto e per tutto: testi, illustrazioni, grafica, copertina.

Intanto s’era dimenticato dell’americana, non della principessa per via di quel numero di telefono sulla pelle del polso. Arrivò a casa di corsa, per fortuna la piccola vecchia Mini Minor trovava sempre un buco dove essere parcheggiata. Carole gli aprì con indosso il suo accappatoio.
“Ma siamo in ritardo, perderai l’aereo” disse lui premuroso, gentile ma anche a disagio per la casa occupata. Alla sua piccola libertà era abituato, era uno stupore non trovare la casa vuota quando vi ritornava.
“Non preoccuparti – disse allegra l’americana – ho spostato il volo a mezzanotte, così facciamo in tempo a mangiare. Mi hanno detto meraviglie di un ristorantino qua sotto…” e aspettò timida la reazione di lui.
“Va bene” rispose allegro Corrado pur pensando che lei non sembrava sentire lo scrupolo di occupargli la serata e la casa, più a lungo del previsto. In realtà non lo disturbava la vitalità dell’americana, ma il fantasma della principessa, stravagante ed evanescente donna di classe irraggiungibile. Ma perché angosciarsi del troppo o del troppo poco? In fondo non era successo niente con alcuna delle due donne.
“Però sarai mio ospite, perché sono tornato da Venezia carico di soldi” aggiunse Corrado mentre l’americana non capiva ma rideva.
Tornarono a casa a prendere borse e valigie di Carole per andare all’aeroporto. Il numero di telefono della principessa era sempre lì sul polso, perentorio. Corrado lo guardava pensieroso mentre Carole, che aveva chiesto di fare una doccia veloce prima del lungo viaggio, era sparita in bagno. Quando uscì dai perniciosi pensieri sulla principessa Corrado alzò lo sguardo e vide Carole che usciva dal bagno. Era nuda, piccola ma molto ben fatta, il suo corpo non era seducente o provocante, era un inno alla natura, cristallina come i suoi discorsi. Per Corrado prenderla sarebbe stato un gesto naturale, forse romantico, in quel momento erano fatti l’uno per l’altra.
“Tu hai un aereo e una bambina che ti aspettano – disse Corrado dolcemente perché non sembrasse un rifiuto – dobbiamo sbrigarci se no perdi l’aereo.”
“Ok – disse Carole con un sorriso questa volta malizioso e seducente – andiamo, sono pronta. E grazie due volte, per oggi e per adesso, sei un gentiluomo.”

Buttata la Mini di traverso su un marciapiede dell’aeroporto di Fiumicino, Corrado corse con Carole al banco del volo per New York. Ma era stato cancellato, per sciopero improvviso, il primo aereo per New York era il giorno dopo in tarda mattinata, nient’altro da fare che aspettare. Tornarono in silenzio in centro, all’appartamento di Corrado vicino a piazza Navona. Si amarono, a lungo, senza parlare. Lui dovette ammettere con se stesso che, anche senza seduzione o malizia, l’amore può avere un lato fisico così genuino e pulito da procurare grande piacere. Carole poi partì.
Uscendo dalla vasca da bagno Corrado vide che il sapone aveva cancellato il numero di telefono che la nobildonna gli aveva scritto sul polso all’aeroporto di Venezia.
“Pronto, sono io, sono tornata… – era la principessa, al telefono – ti aspetto stasera, siamo in pochi, tutti simpatici. Ci conto. Ciao, a dopo”.

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L’INUTILE SEDUTTORE – STORIA DI UN TERZO INCOMODO (1/2)

L’INUTILE SEDUTTORE

STORIA DI UN TERZO INCOMODO (parte 1/2)


Non gli piaceva il fidanzato di sua madre, anche se in quella splendida casa alle Zattere la donna sembrava rinata. Il padre era andato via con una ragazza di vent’anni, che ovviamente s’era fatta mettere incinta. La madre non aveva retto l’abbandono, offesa più nella vanità che nel sentimento. E per sostituire il marito fuggitivo aveva scelto un miliardario, sentendosi una bambina felice con tanto di bacchetta magica: il denaro, senza limiti. Il suo nuovo compagno era anche avvocato, così s’era tolta la soddisfazione di svuotare i conti segreti dell’ex marito a favore del figlio unico.
Il quale, con un sacco a spalle, attraversava a piedi le Zattere in una di quelle mattine veneziane che giustamente attirano in laguna gente da tutto il mondo. Dal Canale della Giudecca al Canal Grande camminava a fianco di quella principessa romana conosciuta al ballo della sera prima, uno sfarzoso debutto in società della madre con il suo nuovo uomo che per l’occasione aveva ostentato il massimo del lusso e dell’opulenza.

C. salì sul motoscafo per primo, poi prese la mano della principessa per farla salire a bordo, e lei lo fulminò con uno sguardo carico di mille seduzioni. Arrivati all’aeroporto di Tessera si salutarono, essendo rimasti in silenzio per tutto il tragitto in laguna. La principessa andava a Londra, Corrado a Roma.
“Caro Corrado, è stato carino conoscerti – diceva lei – sei sicuro che non ti andrebbe un giro a Londra?”.
“La ringrazio – rispose Corrado che era molto tentato di seguirla – ma a Roma domani devo essere in tipografia per vedere le prove dei colori di un libro che sto curando per un cliente importante. E’ il primo lavoro serio che ho trovato, e vorrei non fosse l’ultimo.”
La principessa gli fece una carezza lieve sulla guancia, fermò un poliziotto che aveva una selva di penne nel taschino, gliene chiese una con un sorriso affascinante e scrisse un numero di telefono sul polso di Corrado. “Chiamami, ci conto” gli sussurrò avviandosi verso la dogana.

Corrado continuò a pensare alla principessa e non si rese conto di dove fosse finché non sentì l’altoparlante che pregava di allacciare le cinture di sicurezza. Era sul volo da Venezia a Roma, nel posto sul corridoio. Al suo fianco un grosso uomo pieno di monili d’oro – greco o turco avrebbe detto – e vicino al finestrino una giovane donna con una cascata di capelli neri e ricci. Non le vedeva gli occhi, perché stava incollata al vetro per guardare fuori, probabilmente l’ultimo sguardo a una Venezia visitata per la prima volta.
Suo malgrado fu distolto dal pensiero della principessa: il ciccione danaroso stava proponendo alla giovane americana di fermarsi con lui a Roma, dove aveva un bellissimo attico con una splendida terrazza su piazza Navona. L’americana abilmente portava la conversazione su altri argomenti, diceva che era pianista, che aveva una figlia piccola, che aveva aperto un centro di terapia – attraverso la musica – per disabili. Niente da fare, il danaroso turco – businessman, si era definito – insisteva perché la donna si fermasse da lui e ripartisse il giorno dopo per New York, le offriva anche un biglietto di prima classe.

Corrado odiava intromettersi nelle cose altrui, ma in quei giorni a Venezia s’era sentito circondato dal denaro e dalla protervia di chi ne ha troppo. Voleva difendere quella giovane donna dagli assalti dei soldi del turco, più che dall’uomo. Gli dava fastidio non che un essere umano tentasse di sedurne un altro, ma che lo volesse apertamente comprare. Aspettò che l’aereo si fermasse sulla pista di Fiumicino e prese i bagagli dell’americana, e i regali destinati evidentemente alla figlia.
“Posso aiutarla?” chiese in inglese alla donna con un sorriso franco e accattivante.
“Grazie, volentieri” rispose lei sollevata da quell’intervento che la salvava dall’assedio del turco. Si mise a parlargli così fitto che pian piano il danaroso uomo d’affari si convinse che la preda era persa. Corrado e Carole uscirono dalla dogana insieme, ridendo. Lui si scusò di essersi intromesso, di aver fatto il ‘terzo incomodo’. E dovette spiegarle l’espressione italiana in tutte le sue sfumature, ma tanto ormai Carole era rilassata e già pensava al ritorno dalla sua bambina a New York. Inoltre le restava mezza giornata libera a Roma, dove non era mai stata: che fortuna – pensava – due città così straordinarie e stupende viste in pochi giorni, sicuramente Venezia e Roma sarebbero finite sull’album dei ricordi più belli.

Corrado era distratto, quel numero di telefono scritto sul polso incombeva come…un terzo incomodo. Avrebbe voluto vicino la principessa, in quel momento, non l’americana.
“Grazie per prima – gli stava dicendo Carole – sei stato un terzo incomodo prezioso. Quel turco era un bulldozer, ma non volevo offenderlo. Mia nonna, un’ebrea russa, mi ha insegnato che un uomo che ti corteggia in fondo si mette a tua disposizione. Per cui al corteggiatore, a prescindere dal sì o no che tu dica, come donna devi sempre dire ‘grazie’.”
Corrado la guardava, Carole aveva un’espressione così limpida, così lontana dalla seduzione con cui era stato circuito dalla principessa. “Peccato – pensava – l’unica cosa che le ho baciato è stata la mano”. Parlare con la principessa era una partita a poker, con i bluff, parlare con l’americana era giocare a carte scoperte, non ci sarebbe stata seduzione.

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L’INUTILE SEDUTTORE – STORIA DI DUE ZETA (2/2)

L’INUTILE SEDUTTORE

STORIA DI DUE ZETA (parte 2/2)

Il secondo tempo del film chiuse la conversazione, lasciando Z. a fantasticare sulla curiosità di Zena. Ma non riuscì a concentrarsi, perché il seno di lei premeva sul suo braccio. Cominciò a girarsi ma Zena lo anticipò accostando la bocca al suo orecchio: “La risposta è sì, ma devi chiedermelo chiaro e tondo, senza giri di parole…”
Z. si sentì perso, gli sarebbero servite le parole astratte del corso d’inglese. Zena gli piaceva fisicamente, ma come dirglielo così, al primo incontro? Ripensò ai fatti: lei aveva accettato subito l’invito al cinema, gli aveva dato del “tu” per prima, gli aveva sussurrato un “sì” anticipato e complice. Doveva essere interessata in qualche modo, concluse Z. dentro di sé.

C’era una pioggia leggera fuori del cinema, che faceva sembrare ancora più ridicolo il rossore di Zeno.
“Hai la macchina?” chiese lei, che era venuta in taxi.
“L’avevo – rispose Z. diventando paonazzo – ma me l’hanno portata via i vigili…”
“E allora cerchiamo un taxi, va bene?” lo incalzò lei che vedeva Z. più vago del solito.
“Proviamo, ma con questa pioggia e all’ora di fine spettacolo è quasi impossibile trovarne uno…”
“Quindi? Cosa suggerisci di fare?” lo pungolava Zena che vedeva perso Z. su tutti i fronti.
“Io veramente…” cominciò timidamente Z.
“Che cosa?” Zena si spazientiva a contatto con il lato pratico e negativo del surrealismo esistenziale di Z.
“Abito qui dietro, la macchina l’avevo presa per riaccompagnarti…”
“Hai le chiavi di casa, o te le hanno prese i vigili?” chiese Zena un po’ rassicurata.
“Come i vigili? Quella era la macchina…Veramente ho rischiato di perdere la casa, con le chiavi, perché secondo loro non pagavo un’imposta comunale da quindici anni…”
Zena scoppiò a ridere: “Senti, prima di raccontarmi la tua guerra con gli uffici pubblici, perché non mi porti a casa tua? Sono tutta bagnata…”
“Scusami” disse Z. incamminandosi, con Zena dietro. La pioggia le aveva incollato addosso la maglietta, e appena entrati in casa se la tolse.
Poi lasciò cadere a terra gli altri vestiti bagnati e rimase nuda. Entrò in bagno e si mise sotto la doccia calda, e con il tepore dell’acqua finalmente sentì ritornarle il buon umore.
Z. non sapeva cosa fare, una sconosciuta gli girava per casa nuda, incurante di lui. Meccanicamente le aveva dato asciugamani, accappatoio, un asciugacapelli. Poi le aveva preparato un infuso caldo e ora la guardava, stordito.
“Io sto ancora aspettando…” disse Zena che aveva ritrovato la parola e l’allegria.
“Che te lo chieda?” balbettò Z. imbarazzato.
“Vedi tu…” rispose Zena lasciando scivolare un po’ l’asciugamano e guardando fisso negli occhi il povero Z., ormai naufrago in quel mare d’imprevisti, troppo lontani dalla sua abitudine alle abitudini.

Con uno sforzo immenso le disse che la voleva, anche se non sapeva bene spiegarle perché. In realtà si vergognava di se stesso perché non osava ammettere un desiderio fisico così diretto, senza ragioni, se non quella del corpo. Ma lei per fortuna non insisteva a chiedere spiegazioni, l’aveva trascinato sul letto e lo dominava. Gli stava seduta sopra per sentire il desiderio di lui, per guardarlo in volto cercando i segni della passione. Ma Z. non le diede soddisfazioni espressive, sembrava più timido del solito e non mostrò molto, se non spalancare gli occhi come precipitasse nel vuoto quando arrivarono al massimo piacere insieme. Lei si stupì, perché aveva avuto un orgasmo intenso e prolungato, senza accorgersene, mentre di solito doveva concentrarsi e bastava un niente per far cadere la tensione all’ultimo momento. E in quel caso si aiutava con qualche carezza da sola, anche se non tutti i partner erano d’accordo.
“A cosa pensi?” le chiese Zeno che aveva acceso una delle rare sigarette della sua vita.
“All’insensibilità maschile a letto…” e Zena scoppiò a ridere.
“Ho fatto qualcosa di male?” chiese Z. preoccupato.
“Ai tuoi colleghi maschi di sicuro – disse Zena – perché la tua gentilezza dà più piacere di tutte le spavalderie sessuali tanto inseguite dagli uomini…”
“Non capisco” osò timidamente Zeno.
“Per fortuna non capisci – ora Zena lo accarezzò gentilmente sul petto – sei così fuori da queste cose da essere l’amante ideale. Ti faccio un esempio: poche donne raggiungono facilmente l’orgasmo, ognuna ha bisogno di un aiuto di mente, di mano, di tempi. L’uomo spesso è così egoista e banale da sentirsi offeso che lei non goda al massimo solo perché è con lui, e non concepisce aiuti di sorta…”
Ma il dialogo si fermò per sempre, perché la gentilezza di Zeno – come la chiamava Zena – fu il più forte afrodisiaco per tutta la notte.

Dopo i resti nel cassetto della cassa, la cucina in cui entrò al risveglio fu la seconda cosa che fece innamorare Zeno. Era affascinato da come Zena, senza conoscere la casa, avesse preparato la prima colazione e apparecchiato il tavolo in cucina. Ne fu così colpito da non fare caso alla busta con il suo nome, appoggiata al thermos del caffè caldo. Ormai aveva capito che tra loro c’era un’intesa, ma non si sarebbe aspettato che lei lo conoscesse a tal punto da trovare ogni cosa necessaria a preparare caffè, pane tostato, uova alla coque, e così via. Erano così simili? O era lui così trasparente? La risposta era nella busta, che Z. non aveva aperto perché nella sua mente non c’era posto per due curiosità: era avvinto dalla mentalità organizzatrice di Zena, della busta si dimenticò subito dopo averla presa in mano, senza aprirla, e averla appoggiata sulla lavastoviglie.
Uscì presto, prima del solito, per arrivare al Bar Tropicale, alla cassa e a Zena. Sentiva un po’ d’ansia, era eccitato all’idea di rivederla, avrebbe voluto fermare i passanti e raccontare a ciascuno di loro la grande avventura notturna.
Per la prima volta si trovava a scrutare volti, a chiedersi quanti di loro la notte prima fossero stati coinvolti in una passione inaspettata come quella di Zeno e Zena. E per la prima volta si rese conto che la gente correva per la strada con facce tese, senza sorrisi. Chi aveva avuto una notte come la sua ne aveva già perso lo spirito, se il volto mostrava tanta indifferenza. Fu preso da un’improvvisa timidezza, nonostante l’intimità che si era creata con la notte infuocata, e si domandò con che pretesto sarebbe passato dal bar. Ecco, lo trovò subito: Zena non gli aveva svelato quella curiosità che le era venuta al cinema, “tanto lo scopriremo presto…” aveva accennato sibillinamente lei. Quello le avrebbe chiesto, pensava aprendo finalmente la porta del Bar Tropicale, con un sorriso radioso sulle labbra, da uomo di mondo.

Entrò con indifferenza, pregustando il piacere di rivedere Zena. Senza fretta, senza guardare subito la cassa, si diresse al bancone e guardò le brioche sotto vetro. Dopo aver scelto quella da accompagnare al cappuccino, si diresse finalmente alla cassa dove non sedeva Zena, ma una esile ragazza che gli chiese: “Cosa prende?”
Zeno restò senza parole, poi disse “cappuccino e brioche” per nascondere la sorpresa. Già il suo sguardo correva dentro il cassetto, voleva scoprire se anche questa cassiera ordinasse monete e banconote pronte per i resti come Zena, o se disponesse normalmente i soldi secondo il loro valore.

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L’INUTILE SEDUTTORE – STORIA DI DUE ZETA (1/2)

L’INUTILE SEDUTTORE

STORIA DI DUE ZETA (parte 1/2)

Per lo sciopero dei tram Z. stava camminando da mezz’ora. Verso la banca, o almeno così credeva, essendo la prima volta in vita sua che affrontava quel percorso. Lo prese l’ansia quando si accorse di aver sbagliato strada. Guardando orologio capì di avere ancora tempo per arrivare in ufficio, ma non per il solito bar, cappuccino e brioche.

Improvvisamente si era trovato a dover cambiare il tragitto casa-lavoro e, di conseguenza, il luogo della prima colazione. Alzò gli occhi e vide un bar con il vetro colorato, palme e spiagge disegnate sulla vetrina. Z. non percepiva il ridicolo di quelle immagini tropicali in una città grigia e nordica. L’unica sensazione, predominante, era il cambiamento, perché Z. non amava modificare le abitudini grandi e piccole della sua vita, la routine era per lui come un salvagente, come la regola per i monaci.

Prese coraggio ed entrò. Fece colazione più rapidamente del solito, non potendo calcolare esattamente quanto tempo mancasse per arrivare in banca. Quando fu alla cassa per pagare, il suo sguardo fu attratto dalla cassiera e dai movimenti delle sue mani. I soldi nella cassa erano disposti in ordine perfetto e le agili dita della cassiera si muovevano ad arte, ma secondo un criterio a prima vista inspiegabile, come parole di cui si ascolti il suono senza comprenderne il significato. Z. ne fu affascinato e provò il primo vero colpo di fulmine della sua vita.

Era una cassa impostata sui resti da dare ai clienti – aveva risposto la giovane donna alla sua timida domanda – ma Z. non era stato capace di continuare il dialogo. Avrebbe voluto approfondire la questione, la fila però incombeva dietro di lui. Riuscì a dire un timido e banale “Complimenti … e grazie” e uscì dal Bar Tropicale.
Non se ne rendeva conto, ma la paura di arrivare tardi in ufficio era stata azzerata dalla seduzione che su di lui esercitavano già prepotentemente cassa e cassiera.

Nella pausa di metà giornata Z. abbandonò l’altro abitudinario rito del panino con i colleghi. Studiò le strade che aveva percorso quella mattinaa piedi – per lo sciopero dei mezzi pubblici – fino a definire, grazie all’indirizzo stampato sullo scontrino del Bar Tropicale, il luogo esatto dell’incontro mattutino, la distanza da casa al bar e dal bar alla banca, i mezzi di trasporto e i tempi per includere il nuovo luogo di cappuccino e brioche nel percorso da casa al lavoro.

Verso le donne Z. aveva un atteggiamento amletico: non sapeva decidersi tra una routine confortante, senza rischi, e il fascino dell’ignoto. Non aveva i piacevoli passaggi del sentire: sensazione, sensi, sensualità, sentimento. Parole che aveva considerato solo nei suoi studi per corrispondenza d’inglese. Per meglio capire le differenze tra le lingue – diceva il manuale – bisognava mettere a confronto le parole astratte.
Alzò gli occhi dalla mappa cittadina, stremato. Sentiva dentro una sensazione forte, nuova, ma non avrebbe saputo dire se si trattasse di cosa pericolosa. I segnali c’erano, forti e devastanti. L’incontro del mattino si era prolungato in una scomoda ossessione: non riusciva a levarsi dalla testa la cassiera, o meglio il suo cassetto per dare i resti.
Non era sconvolto però, le novità esistenziali non gli avevano fatto commettere errori sul lavoro. La vita scorreva monotona come prima, l’evento mattutino aveva colpito solo l’inconscio di Z., senza scalfire la vita d’ogni giorno. C’era solo una presenza continua nella mente, come un leggero campanello d’allarme, anche se Z. non riusciva a vedere né fumo né incendio. Qualcosa bruciava, doveva ammetterlo con se stesso, ma non sapeva dove e perché.
La giornata si portò dietro questa estenuante sfida tra conscio e inconscio, senza che Z. potesse individuare bene la causa del turbamento, per lui erano terreni inesplorati. Si rifugiò nella lezione d’inglese: ascoltò una cassetta, poi provò a ripetere le frasi appena ascoltate e a registrarle, per risentire la propria pronuncia. Anche qui una novità, quando scoprì diversi rumori che facevano da sfondo nella registrazione. Corazzato nella sua routine non aveva notato come fosse rumorosa la casa in cui viveva: televisori dei vicini, cane che abbaiava in cortile, urla di litigi, passi di tacchi a spillo.
Z. capì finalmente che quel giorno tra bar esotico, cassiera e rumori di condominio non era stato come gli altri. Gli si apriva un futuro d’inconscio e seduzione, di pensieri e sospiri.

La timidezza e la voce forzata erano evidenti segni di corteggiamento, ma Z. non se ne rendeva conto. La cassiera invece intuì che quel cliente era imbarazzato.
“Lei è quello dei resti” gli disse per metterlo a suo agio e per non perdere un nuovo cliente, di cui il Bar Tropicale aveva molto bisogno.
Dopo aver studiato l’affollamento del bar, grazie a levatacce mattutine e ritardati rientri a casa, Z. aveva scelto il pomeriggio avanzato. Essere l’unico cliente alla cassa, senza fila incombente alle spalle e orecchie indiscrete, gli diede una certa baldanza.
“Mi piacerebbe parlare con lei” le disse Z. tutto d’un fiato.
“Parliamone” rispose la cassiera con un sorriso ironico.
“Parliamone? – ribatté Z. – Parliamo dell’eventualità di parlare insieme, noi due?”
La cassiera sorrise, delusa dall’impaccio di quell’uomo. Le era piaciuto la prima volta per quell’originale complimento sulla sua cassa, ma ora si rivelava troppo uguale a qualunque altro corteggiatore.
“Sa – Z. prese coraggio e continuò – da quando ho scoperto i rumori condominiali nelle mie registrazioni d’inglese, ho le sere più libere. Potremmo andare al cinema.”
“Va bene – disse lei rincuorata dall’assurdità della nuova frase – mi chiami qui al bar, il numero di telefono è sullo scontrino. Il mio nome è Zena.”
“E io Zeno” rispose Z. pensando al futuro incontro. Uscì dal Bar Tropicale senza dire altro, senza salutare. Neanche s’era soffermato sulla strana coincidenza dei loro nomi uguali, pur così insoliti!

Fu un trionfo di Z, tra Zeno, Zena e il titolo del film: “Z, l’orgia del potere”. Al buio Z. cercava di capire se lei portasse reggiseno, mentre guardavano lo schermo.
“A cosa pensi?” gli chiese Zena appena si accesero le luci in sala, per l’intervallo tra primo e secondo tempo.
“Al film, ti prende dentro e ti rimane l’amaro della banalità.” Z. cercava di nascondere l’emozione per il “tu” che Zena aveva appena usato con lui. “Orrenda la violenza dei colonnelli golpisti – diceva Z. – ma orrenda anche la meschinità del popolino che con la dittatura vedrà soddisfatti piccoli desideri quotidiani.”
Zena lo guardava e ascoltava, già si vedeva con lui in una stanza…le venne un dubbio e per poco non scoppiò a ridere: come si sarebbe tolto i vestiti prima di far l’amore? Avrebbe piegato e appeso con cura giacca e pantaloni o avrebbe buttato tutto per terra nella fretta di prenderla?
“Adesso sei tu che dovresti dirmi a cosa pensi” osò timidamente chiederle Z., avendo finalmente scoperto che Zena non portava reggiseno.
“Una curiosità…ma è inutile chiedertelo, lo saprò presto” rispose ridendo Zena.

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L’INUTILE SEDUTTORE-SENZA STORIA (primo racconto)

L’INUTILE SEDUTTORE

SENZA STORIA (primo racconto)

Sedurre, condurre a sé, letteralmente, dal latino ‘se ducere’.

L’inutile, nella civiltà dei consumi, è ciò che non crea reddito, che non genera interessi materiali.

L’inutile – un tramonto, una poesia, uno sguardo – è seduttore proprio perché inutile. Tocca le corde dello spirito, del cuore, non il portafoglio.

Il seduttore – umano o naturale – è considerato inutile, è fuori luogo nella civiltà dell’interesse e del denaro come valori sommi.

L’inutile (aggettivo sostantivato) seduttore (aggettivo).

Il seduttore (aggettivo sostantivato) inutile (aggettivo).

L’inutile è seduttore.

Il seduttore è inutile.

L’inutile seduttore.

Il seduttore inutile.

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Vivaci avventure, appassionate seduzioni

Ciao a tutti,

A partire da oggi pubblicherò alcuni dei miei racconti su questo blog, tratti dal mio libro “L’inutile Seduttore”.

Prima di iniziare forse vi chiederete, ma chi è Alessandro Feroldi?

Alessandro Feroldi, giornalista e scrittore, ha vissuto in diverse città italiane e ha viaggiato all’estero come inviato speciale. Ha lavorato nei quotidiani Paese Sera, Globo, Sole 24 Ore. Poi alla radio e alla televisione dove è attualmente giornalista. Vive e lavora a Milano.

Questo libro è una sorta di esperimento letterario: racconti brevi, scritti con la metà delle parole necessarie. Sono indefiniti nei caratteri dei personaggi, nei riferimenti di spazio e tempo, ma mettono in risalto le caratteristiche più umane della vita, nel bene e nel male. Lo stile è breve, essenziale: ogni parola è scelta con cura, come ogni avverbio e ogni aggettivo. Ogni racconto richiede una decina di minuti per essere letto, qualcosa di più se fa meditare, ricordare qualcosa di noi, dei nostri sentimenti, delle storie personali tra uomini e donne che tutti conoscono per aver vissuto, seppur con alterne fortune.

Ed ecco una introduzione ai racconti che presto potrete leggere:

L’inutile seduttore è una seduta dallo psicanalista. Chi non lo capisce in fondo non è così libero. I racconti descrivono situazioni vissute, sognate, sperate, attese, negate. La maggior parte delle persone non sono disposte ad ammetterlo. Ti mette a nudo, spaventa. Come ha scritto Barbara Alberti, sono squisitamente d’ altri tempi. Tempi in cui la schiettezza e la spontaneità non erano rare come oggi. Pensiamo di essere liberi ma non lo siamo.

Difficile individuare di ogni protagonista le fattezze fisiche: non sappiamo se i nostri protagonisti siano alti o bassi, belli o brutti, chiari o scuri. Sono “inutili” perché in un mondo sempre più dedito al superfluo non sono “utili”, non fruttano denaro o potere. Inseguono invece la seduzione, la cosa più umana e personalissima rimasta in questa società dei consumi: la propria passione per qualcuno e qualcosa. Le donne stanno un gradino sopra, guardano con sincerità e sentimento il rapporto con gli uomini, ma considerano fondamentale la loro indipendenza, la loro libertà di scelta e di vita. Non siamo ancora alla crisi del maschio, ma ci siamo vicini. Le epoche dei racconti sono degli ultimi decenni, salvo qualche volo nel passato, come il Louvre dove nel 1911 è rubata la Gioconda, la Mantova oppressa dagli austriaci a metà Ottocento, la Valle Strona sopra il lago d’Orta teatro di scontri e amori tra partigiani e tedeschi. Sono semplici e belle storie di seduzione, pervase da un profondo rispetto della sfera privata di ogni essere umano.

Alessandro Feroldi

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